Riflessioni sulla Festa della donna

Come probabilmente ogni donna vi avrà spiegato, la festa dell’8 Marzo è una ricorrenza inutile, ipocrita e offensiva.

Le donne non hanno bisogno di mazzetti di mimose e dell’attenzione di un giorno per sentire che le problematiche e le discriminazioni da cui sono afflitte ogni giorno vengono prese in seria considerazione. Per centinaia di anni hanno lottato per emergere da quella sorta di seconda fila in cui erano relegate, cercando di ottenere più rappresentatività, più potere e considerazione nella società.

Magari non tutti sanno cosa è accaduto l’8 marzo del 1908, ma sanno benissimo che il loro volume di affari trarrà innegabile vantaggio dai festeggiamenti della ricorrenza.

Il triste accadimento del 1908, ha dato il via ad una serie di celebrazioni che avevano come scopo il ricordo della orribile fine fatta dalle operaie morte nel rogo della fabbrica ma che nel corso degli anni è andato in massima parte perduto, e ormai ha poco senso, se non in un’ottica commerciale.

Celebrare noi donne come? Facendoci pagare 40 euro una cena che normalmente costerebbe 15 euro? Permettendoci di assistere a spettacoli con spogliarellisti e simili? Se questo significa essere una donna emancipata, meglio sarebbe smetterla con questa buffonata.

La festa della donna è diventata un’istituzione inutile e, in un certo senso, dannosa. Sentirsi “più donna” il giorno della festa delle donne è una perversione dell’essere donna e non può che fare male all’intero genere.

Dopo aver cercato per anni di convincerci di quanto siano migliori, quanto di più e diverso abbiamo da offrire alla società civile e al mondo del lavoro, quanto sarebbe stato migliore e più pacifico un mondo in cui avessimo più voce, abbiamo capito quale fosse la strada più semplice ed eccitante da percorrere: se vuoi combattere un arrogante, stronzo, menefreghista, freddo, meschino, vizioso, corrotto, approfittatore e privo di scrupoli, battilo sul suo stesso campo.

Ed è così che lo stereotipo della donna è cambiato. Dato l’addio a quello ipocrita di madre e casalinga, custode dei buoni pensieri, del focolare domestico, della ragionevolezza e della pace, ha abbracciato la perfetta rappresentazione di quanto ha da sempre odiato e denigrato di più: il maschio nella sua peggiore accezione.

Come recita lo slogan di una serie televisiva, che ha l’obiettivo dichiarato di far apparire Sex & The City un polpettone melenso pieno di sentimenti e buoni propositi, “noi non cerchiamo Mr. Big; noi siamo Mr. Big”; che, parafrasato, vuol dire né più né meno “noi non cerchiamo uno stronzo che ci sfrutti, ci domini facendo leva sui nostri sentimenti e ci faccia sentire deboli, siamo noi quello stronzo”.

Quindi, basta con ricorrenze sterili e prive di significato come l’8 Marzo.

Basta con proposte di leggi discriminatorie come quelle sulle quote rosa. Le donne ce la fanno da sole a raggiungere la completa emancipazione. Con buona pace di chi sperava che l’auspicata avanzata delle donne nella società potesse portare davvero aria nuova e maggiore moralità in questo mondo maschilista ed egoista.

Forse, invece di continuare a celebrare questa festa, bisognerebbe cercare di sanare le discriminazioni tra i generi nella concretezza del tessuto sociale, economico e culturale del nostro paese. E’ inutile festeggiare la donna e poi non fare nulla per combattere fenomeni che sulla carta si vorrebbero superati da anni.

NADIA MONTI

One Response to Riflessioni sulla Festa della donna

  1. Filippo Vincenzi scrive:

    Come non essere d’accordo? La festa della donna, così come molte altre feste contemporanee, è oramai ridotta veramente ad una ricorrenza che riesce a tirare fuori in diversi casi i lati peggiori dell’universo femminile.

    Penso che per una donna il modo migliore per valorizzarsi sia focalizzare la propria vita su alcune caratteristiche chiave come l’intelligenza, la bontà, la sensibilità. Ed ogni volta che una donna si “svende”, fisicamente o moralmente che sia, fa un torto non solo a se stessa, ma ad un’intera categoria che ha lottato e lotta tuttora per essere considerata come quello che è: donne, nella piena e più meravigliosamente profonda accezione del termine.

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