Esodo (sfortunato il paese che ha bisogno di eroi)

Il faraone si coprì il capo (un tempo florido di capelli), col reale nemes e si sistemò sul trono.
Il sole nascente illuminò l’astro dell’antico Egitto e quest’ultimo rifletteva, col suo sorriso a 32 denti, quella luce, irradiando di pace e beatitudine coloro che lo circondavano.
L’alba segnò l’inizio di un nuovo giorno, ahimè piuttosto tedioso: il rapporto e le iniziative per risolvere i problemi del paese, triste eredità dei faraoni precedenti.
Le guardie fecero entrare i ministri che, in pia processione circondarono la sua magna figura e, tra un’adulazione e l’altra, bisbigliavano qualche timido grattacapo. <Il Nilo pieno di sangue…> <è acqua potabile e ricca di ferro. Ottima contro l’anemia> <giusto era così evidente.. i rospi che infestano il Nilo…> <coscette di rana per tutti> <Geniale.. le proteste al di fuori del palazzo organizzate da Mosé… >.
Mosè. A quel nome il faraone serrò la mascella perdendo il suo tipico sorriso e facendo calare il gelo nella sala.
Mosè. Come dimenticarsi di lui. Un uomo intelligente che avrebbe potuto far carriera, se non avesse perso la ragione e sposato una causa persa: gli schiavi. Che beneficio ne traeva? Quei poveracci non potevano dargli dell’oro, né tantomeno donne, bighe o ville. Erano buoni solo per esser sfruttati. Facevano tutto per nulla, o almeno, così era prima che quell’eversivo raccontasse loro delle favole sui rovi incendiati, di giustizia e di uguaglianza come basi di un paese.
La casta dei sacerdoti (la bocca del faraone) era riuscita a screditare quel folle narrando la grandezza delle piramidi e dei templi, tutte opere del figlio della luce, ed evidenziando quanto fossero anonimi quei paeselli privi di una figura semidivina.
Tuttavia dei gonzi continuavano a credere a quel ciarlatano che parlava di appalti poco chiari per la costruzione delle piramidi, di residenze estive costruite con l’oro del regno e soprattutto di migliaia di operai ebrei discriminati per la loro cultura.
Il faraone si avvicinò al balcone dove scorse un gruppo di disperati inneggiare agli sproloqui di un trasandato e malandato profeta (anche se non troppo malconcio – evidentemente le sue guardie personali non l’aveva pestato abbastanza).
La situazione era rapidamente peggiorata. Armato di un bastone, sicuramente partorito da quel diavolo di Seth, Mosè aveva scagliato sul regno tutte le sventure possibili delle dinastie passate e, cosa ancor più perversa, aveva scaricato le responsabilità al suo sovrano, come se fosse stato un suo problema provvedere alle sorti della nazione.
Le tenebre, la grandine, le ulcere, le bestiacce, l’acqua in sangue, anche la morte dei suoi figli (in ogni caso aveva perso il conto delle volte in cui aveva giurato sulle loro teste): avrebbe potuto sopportare tutto, cambiare la realtà coi suoi scribi, sostituire il giorno alla notte, tramutare quel sangue in vino, per la gioia dei suoi sostenitori… ma ormai era stanco.
Era il miglior faraone degli ultimi 1500 anni, ma aveva comunque superato la settantina.
Serviva una tregua.
Con lo sguardo cupo, chiamò il capo della sua scorta <conduci il loro capo, quell’uomo col bastone, da me. E già che ci siete, disperdete quella folla di ubriaconi perdigiorno>.
Pensando alla scorsa serata nel proprio harem, il faraone si riappropriò dell’aria sicura e del sorriso smagliante, appena in tempo prima che giungesse Mosè. <Lasciateci soli> risuonò nella sala, dopodiché disse <Mosè, amico mio…>. <Non sono tuo amico> l’interruppe Mosé.
<Bene…> proseguì il sovrano, rinunciando al tono affabile <si può sapere allora perché mi tormenti? Che cosa vuoi da me?>.
< Come se non lo sapessi… Vorrei che il regno non si reggesse sulla menzogna e sull’odio per reprimere chi la pensa diversamente. Vorrei un paese diverso, un paese che si possa costruire con l’aiuto reciproco e non con lo sfruttamento delle masse.. Vorrei che la nostra civiltà riconoscesse la dignità di chi lavori per essa e la giustizia per chi ne tradisca gli ideali >
<Tu vuoi l’impossibile > rispose sarcastico il faraone <Anch’io vorrei tante cose.. Possedere una folta chioma, essere più alto, non sentire più nulla delle tue proteste assurde… Tu vuoi un Egitto diverso e il colmo è che tu venga da me per chiedere di cambiarlo >.

< E A CHI ALTRI DOVREI CHIEDERLO? > urlò Mosé < Sei tu che lo governi, sei tu che lo riempi di fantasie, sei tu che gli nutri lo stomaco di gloria per nascondere alla sua vista i soprusi con cui riempi di pietanze la tua tavola. Tu e i tuoi ministri, i tuoi scribi, i tuoi sacerdoti, siete un’anomalia dell’umanità, nata per incatenarla e sottrarre quelle risorse che basterebbero per tutti. >
Per la seconda volta quel giorno, il sorriso del faraone si spense.
Si avvicinò al suo ospite e chiese < Hai mai considerato che se io esalto quel poco di buono che abbiamo è proprio perché so che il popolo ha bisogno di sognare qualcosa di migliore nella sua misera esistenza? Ti sei chiesto il motivo per il quale la nostra società, nonostante tutto, mi sostiene? Io sono lo specchio del nostro paese, una realtà miserabile nella quale tutti si contendono le briciole e in cui ciascuno si sente appagato nel momento in cui sa che qualcuno vive peggio. Non posso cambiare una civiltà incapace di migliorare se stessa. Non posso e non voglio, perché non ha senso che in un paese di arrivisti ci debba rimettere proprio io che ho il potere assoluto. Per questo assecondo questa nazione e la cullo nella sua storia. Ed è inutile che una minoranza, per lo più povera e senza diritti, speri di distruggere con qualche schiamazzo una piramide. Mosè, credo che, nonostante le tue scelte, tu sia una persona intelligente e spero tu capisca che quella che tu e quei poveracci state sostenendo è una battaglia persa. Non vi piace questo paese? Andatevene. Non vi costringo a rimanere. Anzi, se mi cedi quel bastone, ti darò un po’ d’oro. Potrai farci quello che vuoi: usarlo per te, spartirlo coi tuoi sostenitori… per quanto mi riguarda potete anche fonderlo e farci una statua a forma di vitello. Basta che vi caviate di torno >.
Mosè rimase per tutto quel tempo ammutolito, col capo chino, avvinghiato al suo bastone. Confuso e distrutto da quei pensieri sussurrò, con la voce rotta dalla disperazione < e io cosa dovrei raccontare al mio futuro popolo? Che il modo migliore per risolvere un problema è fuggire? >.
< Fai come me, inventati una bella storia, tipo che il vostro scopo era quello di creare una nuova nazione ma che il faraone cattivo ve lo voleva impedire. Rendilo un po’ epico e vedrai che sarai ricordato come un eroe >; preso il bastone, lo stacco dalla mano di Mosè e, indicando l’oro concluse < alla fine ci guadagniamo tutti >.
Nei giorni successivi si compì l’esodo e i sogni e la gloria continuarono a prendere il posto della realtà.

Per ricordare che la storia si può ripetere e che il prezzo della democrazia è la costante vigilanza.

LightDrako

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