ORA E SEMPRE RESISTENZA

Di Elita Viola

AI MIEI PARTIGIANI DEL TERZO MILLENNIO

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. » (Piero Calamandrei)

LA NUOVA RESISTENZA

Sono passati pochi giorni dalla fine della raccolta firme per i tre
referendum dell’Italia dei Valori e dopo qualche ora di assoluto relax inizio
a pensare a questi 3 mesi fatti di banchetti in giro per i Comuni della
provincia.
La mente scorre all’entusiasmo dei primissimi giorni, alla mia illusione (la
prima raccolta firme per me ) che sarebbe stato facile raccoglierle.
Penso a tutti quei banchetti fatti con la pioggia, o sotto il sole, come quello
fatto davanti alla fabbrica nel cambio di turno dall’una alle due, quel
giorno rischiammo l’insolazione, ma il bottino fu di 40 firme e tornammo a
casa con il mal di testa ma contenti. Penso al vento che ci accompagnava
sempre, che piegava i moduli delle firme e ci costringeva a stare come dei
polipi sui banchetti per non fare volare i volantini.
A tutti gli insulti come: sparite, datevi fuoco, datevi una coltellata, fatte da
chi si sente il partito dell’amore, o le frasi strane, come quella persona che
ci accusava di favorire Moratti e l’Inter semplicemente perchè eravamo
contro il nucleare. Tutta quella gente strana che veniva ai banchetti
semplicemente per metterci in difficoltà, come quel berlusconiano
convinto in uno degli ultimi banchetti di Cesena che, sfidando i 40° e la
nostra pazienza, cercava di convincerci che il male d’Italia eravamo noi e
Di Pietro, andandosene dopo sconfitto.
Penso anche a tutte quelle persone che ci facevano forza che ci incitavano
ad andare avanti, a resistere e non mollare, che ci dicevano che siamo
rimasti l’ultima opposizione in questo paese.
La sensazione che ho dopo questi mesi è che effettivamente siamo la
nuova resistenza. Fatta da ragazzi, spesso universitari, che per fare i
banchetti rinunciavano alle poche ore di svago e recuperavano le ore perse
di studio la notte, gente matura che rinunciava al calore familiare o di chi
si è speso permessi o giorni di ferie per poter contribuire alla raccolta
firme.
In questi 3 mesi, ho imparato tantissime cose, ma soprattutto ho conosciuto
persone, compagni di viaggio, che sono diventati amici e fatto esperienze
da portare dentro il bagaglio della vita e custodire gelosamente. Sono
felice e orgoglioso di aver fatto parte di questo gruppo e di aver contribuito
insieme a loro a questa nuova resistenza.

COMUNICATO STAMPA

“L’Italia dei Valori non dimentica. I giovani Idv non vogliono dimenticare. Oggi, 25 Aprile, è e rimarrà per noi il giorno della Resistenza che ha segnato l’alba di una nuova Italia.
Il negazionismo della storia da parte dell’attuale classe dirigente è un’operazione deprecabile e vergognosa per un Paese che se è diventato democratico lo deve proprio ai quei coraggiosi italiani che hanno dato la vita per restituirgli la libertà e la dignità. Ieri come oggi, ricordare e riflettere è un dovere di tutti i cittadini, al di là di ogni colore politico.”

25 aprile: una festa che dà fastidio

E’ triste iniziare a prepararsi per il 25 aprile e leggere articoli di giornalisti o dichiarazioni di politici che disconoscono, volutamente o meno, il significato di questa ricorrenza.
E’ evidentemente da anni in atto un processo di degrado della democrazia nel nostro paese e questo, purtroppo, lo riscontriamo quotidianamente con grande facilità.
Meno evidente è invece la modalità di svuotamento del significato proprio delle parole che riguardano la nostra vita democratica. Questo, infatti, trattandosi di un processo giocato sul piano simbolico e culturale, deve avere una sua gradualità.
Non può, insomma, Berlusconi ottenere per decreto che milioni di cittadini maturi, che hanno studiato la Resistenza a scuola o l’hanno sentita narrare dai parenti, tutto d’un tratto la dimentichino.

Può però lentamente e inesorabilmente preparare il terreno culturale per far sì che siano le generazioni di domani a non conoscere o a misconoscere la storia della Resistenza e il piano, devo riconoscere, sta già producendo i suoi primi esiti.

La riforma dei libri di testo della Gelmini che toglie la Resistenza dal novero dei temi-cardine su cui costruire la storia del ‘900 nelle scuole, il dibattito accanito e unilaterale sulle foibe, l’equiparazione tra partigiani e repubblichini fatta prima da Violante (che però berlusconiano non è) e poi da La Russa e, nelle ultime ore, la cancellazione della lotta di liberazione dai manifesti celebrativi del 25 aprile e la sostituzione di “Bella Ciao” con la “Canzone del Piave” nel programma musicale delle celebrazioni di alcuni comuni del nord.

Su queste due ultime “chicche” si è addirittura passati dall’interpretazione faziosa e screditante al falso storico, dimostrando di ignorare completamente la cronistoria della seconda e, addirittura, della prima guerra mondiale.
Cirielli, il presidente della provincia salernitana, ideatore della nuova lettura della Resistenza senza resistenti, attribuisce il merito della nostra liberazione ai soli americani, quando anche i bambini della quinta elementare conoscono per bocca dei loro nonni i dettagli di una guerra che si combatteva, da una parte come dall’altra, casa per casa e leggono sui libri di scuola di una Resistenza che ebbe, tra i tanti meriti, quello di servire da testimonianza, ai successivi tavoli di pace, per un’Italia vincitrice ed anti-fascista.
Nella verde Padania, invece, dove i sindaci si vantano di essere intolleranti ed invitano gli immigrati ad andarsene dalle loro città attraverso ignobili escamotage amministrativi come quelli che abbiamo recentemente conosciuto ad Annozero, si confonde il 25 aprile con il 24 maggio. Il che è preoccupante anche perché la canzone del Piave ha un testo piuttosto eloquente circa la data degli eventi di cui narra.

Il trito adagio che conoscere la storia sia indispensabile per meglio affrontare il presente in vista del futuro diventa assolutamente illuminante se ci interroghiamo sul perché la destra operi in questo senso. E questa mi sembra anche la questione cruciale.
Allontanare il cittadino di domani dalla consapevolezza che sia possibile ribellarsi ad un sistema che non va e nascondergli la testimonianza di Italiani come lui che sessantacinque anni prima avevano messo in forse la loro vita partendo per luoghi sconosciuti spinti dal solo desiderio di un’Italia libera sono due prerogative per chi vuole esercitare un nuovo potere che, pur infiocchettato di democrazia, risulta agli effetti riproporre ancora le stesse peculiarità del fascismo.

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