Non riesco a vedere la differenza
07/04/2011 Lascia un commento
Di Cecilia Alagna
Lubna Ahmad Al-Hussein, una giornalista sudanese, ha scritto un libro che tutti dovremmo leggere. E’ la storia di una legge assurda che prevede per le donne una pena di 40 frustate nel caso in cui il loro abbigliamento sia ritenuto indecente. Anche la scrittrice ha subìto un processo in nome dell’articolo 152 del codice penale per aver portato oltraggio alla morale pubblica indossando un paio di pantaloni. Eppure leggendo questo libro non ho potuto non pensare al mio paese: l’Italia. Qualcuno dirà: stai scherzando? Vuoi paragonare una punizione di 40 frustate e la legge islamica del Sudan con la legge italiana?
Effettivamente se ci si ferma ad un’analisi superficiale della cosa non si potrà che lodare l’Italia per le sue leggi, ma se si scava a fondo nel libro e lo si confronta con l’Italia molte differenze scompaiono. Una delle parole ricorrenti fra le righe di questo piccolo capolavoro è TRADIZIONE. Seguite da VERGOGNA, SILENZIO, DISONORE. Centiania, migliaia di donne vengono ogni giorno frustate in Sudan per aver offeso la morale pubblica, e alla pena seguono vergogna e silenzio. Le donne devono vergognarsi per aver disonorato la famiglia, se stesse; spesso dopo la condanna alle frustate vengono ripudiate dai mariti, allontanate da casa dai padri, costrette a convivere col marchio dell’infamia. E come dice la scrittrice dopo lo sconto della pena ( le frustate) < se ne vanno condannate a morte, alla morte sociale, marchiate da una vergogna che le accompagnerà fino alla fine dei loro giorni. Perchè la gente non vuole credere che una donna possa essere frustata a causa dei suoi vestiti >
Mi direte: e cosa c’entra tutto questo con l’Italia? Le donne possono vestirsi come vogliono. Ma per Lubna non è una questione di abbigliamento, è una questione di diritti, di dignità, di libertà; Lubna grida al mondo che il problema non è la pena in sè, ma il principio che soggiace alla pena e quel principio è: se è capitato la donna avrà fatto qualcosa per meritarselo.
Ancora oggi in Italia centinaia e migliaia di donne sono costrette a subire violenze fisiche e psicologiche da parte degli uomini che hanno accanto ( indipendentemente dal ruolo), sono costrette a vergognarsi, a nascondere, a mentire. Le poche che osano denunciare non vengono credute, viene loro chiesto cosa hanno fatto per scatenare una reazione simile, vengono invitate o intimate a rimanere lì dove sono per evitare tragedie familiari, vergogna pubblica. Le poche che osano alzare la voce vengono distrutte in tribunali da avvocati che sostengono che in realtà si sono inventate tutto e che sono delle isteriche che hanno voluto vedere in un < banale litigio> qualcosa che non esiste. Molte donne, troppe donne vengono accusate di denunciare i mariti/compagni solo per vedersi garantito il mantenimento o per vendetta.
Non sono forse state condannate dalla società prima ancora di potersi difendere?
Mi direte che sto esagerando? Forse siete voi che sottovalutate.
Nemmeno un anno fa a Castellammare di Stabia il sindaco emise un’ordinanza che vietava di portare vestiti a suo dire < indecenti> che offendessero il < comune senso del pudore > la cui non osservanza prevedeva una sanzione amministrativa .
Mi direte: ma non ci sono le frustate! Il problema sono forse le frustate? E’ questo quello che cambia la cosa? Quindi a parte le frustate è giusto imporre alle donne un certo abbigliamento in nome del decoro pubblico?
E cosa dire poi del parroco del paese che plaude all’iniziativa sostenendo che così le donne possono evitare gli stupri? Dove è la differenza fra l’Italia e il Sudan? Non è forse una certa visione dell’islam a sostenere che le donne devono comprirsi per suscitare rispetto e quindi veder garantito il proprio diritto al < non-stupro >?
Dov’è la differenza? Perchè se vi fermate alla frustate, allora il Sudan è dietro l’angolo.
E che dire di quella trasmissione pomeridiana nel corso della quale venne commentata questa foto?
I partecipanti sostennero che questo era un normale litigio che certe cose “possono capitare”, che evidentemente lui “aveva dei buoni motivi per reagire in questo modo” e spesero energie e parole per normalizzare un’immagine che dovrebbe solo essere condannata.
Ed ancora che dire di quei rappresentanti del clero che sostengono che se una donna viene stuprata probabilmente ha fatto di tutto per farsi stuprare? Quasi fosse normale che un uomo/maschio è incapace di essere civile e di dominarsi e che quando vede un po’ di carne leggermente più scoperta allora risulta impotente di fronte al richiamo sessuale e si avventa come un animale sopra la preda.
E che dire di quella ragazzina che per dimostrare che il padre la stuprava ha dovuto riprendere lo stupro con il telefonino?
E che dire di quelle centinaia di donne che ogni anno, ogni giorno in Italia vengono uccise da uomini per aver osato chiedere il divorzio, per aver osato dire no ad una relazione, per aver osato sottrarsi ad un rapporto sessuale non gradito? E che dire di quei giornalisti, di quelle trasmissioni che sembrano sodalizzare con chi commette determinati crimini? Che dire dei ritratti che vengono fatti di questi uomini? Vengono dipinti come vittime, come affetti da troppo amore. Vengono descritti come uomini ai quali non è stata data altra scelta se non quella dell’omicidio; vengono descritti come uomini divorati dal troppo dolore; vengono descritti come uomini presi da chissà quale raptus.
Vengono descritti come uomini vittime di una tragedia chiamata autodeterminazione, vittime del diritto di ogni persona di scegliere cosa è meglio per sè, vittime dell’arroganza di donne sempre arpie, sempre malvagie, sempre arriviste, sempre calcolatrici il cui unico scopo e dissanguare intellettualmente ed econimicamente questi poveri uomini.
E che dire di tutti quelli che si scagliano contro una legge dello Stato che prevede la libertà di scelta in fatto di aborto, e lo fanno in nome della legge di dio?
E che dire di quelli che vorrebbero vedere gli uomini poter vietare l’aborto alla donna perchè donatori di dna? Quelli vorrebbero poter imporre alle donne una gravidanza, vorrebbero dominare i loro corpi, usarli come incubatrici e magari sottrarre il frutto della gravidanza dopo il parto.
Se guardate bene fra le pagine del libro, se interiorizzate ogni singola parola e poi provate a guardare la nostra società scoprirete che forse sono le pene dello Stato ad essere differenti, ma le pene della TRADIZIONE, della cultura popolare ( e non) non sono molto differenti perchè sono accumunate dagli stessi principi.
So che molti penseranno che ciò che ho illustrato sono eccezioni, so che molti diranno che non tutti sono così in Italia, so che molti diranno che però la legge è diversa, so che molti diranno che la mia è una facile generalizzazione. Ma dopo aver letto il libro “Quaranta frustate” di Lubna Al-Hussein scoprirete che la distanza fra l’eccezione e la regola è molto breve e spesso la distanza si è annullata senza che nessuno se ne accorgesse.











