Non riesco a vedere la differenza

Di Cecilia Alagna

Lubna Ahmad Al-Hussein, una giornalista sudanese, ha scritto un libro che tutti dovremmo leggere. E’ la storia di una legge assurda che prevede per le donne una pena di 40 frustate nel caso in cui il loro abbigliamento sia ritenuto indecente. Anche la scrittrice ha subìto un processo in nome dell’articolo 152 del codice penale per aver portato oltraggio alla morale pubblica indossando un paio di pantaloni. Eppure leggendo questo libro non ho potuto non pensare al mio paese: l’Italia. Qualcuno dirà: stai scherzando? Vuoi paragonare una punizione di 40 frustate e la legge islamica del Sudan con la legge italiana?

Effettivamente se ci si ferma ad un’analisi superficiale della cosa non si potrà che lodare l’Italia per le sue leggi, ma se si scava a fondo nel libro e lo si confronta con l’Italia molte differenze scompaiono. Una delle parole ricorrenti fra le righe di questo piccolo capolavoro è TRADIZIONE. Seguite da VERGOGNA, SILENZIO, DISONORE.  Centiania, migliaia di donne vengono ogni giorno frustate in Sudan per aver offeso la morale pubblica, e alla pena seguono vergogna e silenzio. Le donne devono vergognarsi per aver disonorato la famiglia, se stesse; spesso dopo la condanna alle frustate vengono ripudiate dai mariti, allontanate da casa dai padri, costrette a convivere col marchio dell’infamia. E come dice la scrittrice  dopo lo sconto della pena ( le frustate) < se ne vanno condannate a morte, alla morte sociale, marchiate da una vergogna che le accompagnerà fino alla fine dei loro giorni. Perchè la gente non vuole credere che una donna possa essere frustata a causa dei suoi vestiti >

Mi direte: e cosa c’entra tutto questo con l’Italia? Le donne possono vestirsi come vogliono. Ma per Lubna non è una questione di abbigliamento, è una questione di diritti, di dignità, di libertà; Lubna grida al mondo che il problema non è la pena in sè, ma il principio che soggiace alla pena e quel principio è: se è capitato la donna avrà fatto qualcosa per meritarselo.

Ancora oggi in Italia centinaia e migliaia di donne sono costrette a subire violenze fisiche e psicologiche da parte degli uomini che hanno accanto ( indipendentemente dal ruolo), sono costrette a vergognarsi, a nascondere, a mentire. Le poche che osano denunciare non vengono credute, viene loro chiesto cosa hanno fatto per scatenare una reazione simile, vengono invitate o intimate a rimanere lì dove sono per evitare tragedie familiari, vergogna pubblica. Le poche che osano alzare la voce vengono distrutte in tribunali da avvocati che sostengono che in realtà si sono inventate tutto e che sono delle isteriche che hanno voluto vedere in un < banale litigio> qualcosa che non esiste. Molte donne, troppe donne vengono accusate di denunciare i mariti/compagni solo per vedersi garantito il mantenimento o per vendetta.

Non sono forse state condannate dalla società prima ancora di potersi difendere?

Mi direte che sto esagerando? Forse siete voi che sottovalutate.

Nemmeno un anno fa a Castellammare di Stabia il sindaco emise un’ordinanza che vietava di portare vestiti a suo dire < indecenti> che offendessero il < comune senso del pudore > la cui  non osservanza prevedeva una sanzione amministrativa .

Mi direte: ma non ci sono le frustate! Il problema sono forse le frustate? E’ questo quello che cambia la cosa? Quindi a parte le frustate è giusto imporre alle donne un certo abbigliamento in nome del decoro pubblico?

E cosa dire poi del parroco del paese che plaude all’iniziativa sostenendo che così le donne possono evitare gli stupri? Dove è la differenza fra l’Italia e il Sudan? Non è forse una certa visione dell’islam a sostenere che le donne devono comprirsi per suscitare rispetto e quindi veder garantito il proprio diritto al < non-stupro >?

Dov’è la differenza? Perchè se vi fermate alla frustate, allora il Sudan è dietro l’angolo.

E che dire di quella trasmissione pomeridiana nel corso della quale venne commentata questa foto?

I partecipanti sostennero che questo era un normale litigio che certe cose “possono capitare”, che evidentemente lui “aveva dei buoni motivi per reagire in questo modo” e spesero energie e parole per normalizzare un’immagine che dovrebbe solo essere condannata.

Ed ancora che dire di quei rappresentanti del clero che sostengono che se una donna viene stuprata probabilmente ha fatto di tutto per farsi stuprare? Quasi fosse normale che un uomo/maschio è incapace di essere civile e di dominarsi e che quando vede un po’ di carne leggermente più scoperta allora risulta impotente di fronte al richiamo sessuale e si avventa come un animale sopra la preda.

E che dire di quella ragazzina che per dimostrare che il padre la stuprava ha dovuto riprendere lo stupro con il telefonino?

E che dire di quelle centinaia di donne che ogni anno, ogni giorno in Italia vengono uccise da uomini per aver osato chiedere il divorzio, per aver osato dire no ad una relazione, per aver osato sottrarsi ad un rapporto sessuale non gradito? E che dire di quei giornalisti, di quelle trasmissioni che sembrano sodalizzare con chi commette determinati crimini? Che dire dei ritratti che vengono fatti di questi uomini? Vengono dipinti come vittime, come affetti da troppo amore. Vengono descritti come uomini ai quali non è stata data altra scelta se non quella dell’omicidio; vengono descritti come uomini divorati dal troppo dolore; vengono descritti come uomini presi da chissà quale raptus.

Vengono descritti come uomini vittime di una tragedia chiamata autodeterminazione, vittime del diritto di ogni persona di scegliere cosa è meglio per sè, vittime dell’arroganza di donne sempre arpie, sempre malvagie, sempre arriviste, sempre calcolatrici il cui unico scopo e dissanguare intellettualmente ed econimicamente questi poveri uomini.

E che dire di tutti quelli che si scagliano contro una legge dello Stato che prevede la libertà di scelta in fatto di aborto, e lo fanno in nome della legge di dio?

E che dire di quelli che vorrebbero vedere gli uomini poter vietare l’aborto alla donna perchè donatori di dna? Quelli vorrebbero poter imporre alle donne una gravidanza, vorrebbero dominare i loro corpi, usarli come incubatrici e magari sottrarre il frutto della gravidanza dopo il parto.

Se guardate bene fra le pagine del libro, se interiorizzate ogni singola parola e poi provate a guardare la nostra società scoprirete che forse sono le pene dello Stato ad essere differenti, ma le pene della TRADIZIONE, della cultura popolare ( e non)  non sono molto differenti perchè sono accumunate dagli stessi principi.

So che molti penseranno che ciò che ho illustrato sono eccezioni, so che molti diranno che non tutti sono così in Italia, so che molti diranno che però la legge è diversa, so che molti diranno che la mia è una facile generalizzazione. Ma dopo aver letto il libro “Quaranta frustate” di Lubna Al-Hussein scoprirete che la distanza fra l’eccezione e la regola è molto breve e spesso la distanza si è annullata senza che nessuno se ne accorgesse.

 

 

Tutti in difesa dell’assassino: Burtone

Di Cecilia Alagna

Nel quartiere di Cinecittà sta circolando una forma di intorpidimento della coscienza molto contagiosa, solo così si spiega l’atteggiamento degli abitanti dello stabile in cui vive Burtone, l’assassino dal pugno facile.

Nei giorni immediatamente successivi al “pasticciaccio brutto” della metropolitana di Roma, tutti i vicini dell’assassino si prodigano in difesa di questo ragazzo di 20 anni che ha ucciso con un pugno un’infermiera, ne tessono le difese con dichiarazioni preoccupanti e pericolose per la pacifica convivenza della società.

< Alessio non è un assassino, lui e la sua famiglia sono brave persone >. Mi chiedo quale importanza possa avere il fatto che i componenti di una famiglia siano brave persone; la moralità è una qualità personale e non un qualcosa di ereditario; dire che la famiglia è composta da brave persone non significa che automaticamente tutte le persone di una famiglia siano persone dalla moralità forte. Non è una giustificazione. Alessio Burtone è un assassino, e questo non ha nulla a che fare con le eventuali indagini e le stentenze dei tribunali, che hanno un compito ben diverso. Se avessi un figlio abbastanza grande probabilmente utilizzerei l’accaduto per cercare di fargli comprendere quali sono i comportamenti consoni al vivere civile e quali le azioni da evitare, e sinceramente mi troverei in serio imbarazzo a dover spiegare perchè altre persone si affannino a difendere una persona che ne ha uccisa un’altra semplicemente con un pugno.

< Non lo ha fatto apposta >. Ci mancherebbe altro, perchè altrimenti sarebbe stato omicidio volontario. Se uno uccide di proposito è omicidio volontario. Per di più questa infantile difesa ricorda i bambini che dopo aver rotto qualcosa, magari giocando con la palla dove non dovevano, si recano dai genitori con sguardo languido e a tratti contrito implorando pietà e dicendo:

< non l’ho fatto apposta >, i bravi genitori diranno: < non è vero che non lo hai fatto apposta, perchè sapevi che non dovevi giocare in quella stanza con la palla, quindi hai comunque una responsabilità, magari non volevi rompere deliberatamente quell’oggetto ma in ogni caso non hai fatto nulla per evitarlo sapendo che poteva succedere >.

Se anche ai bambini si spiega la differenza fra atto volontario, atto involontario e atto dovuto alla nostra negligenza e alla  nostra indifferenza per le regole, mi chiedo come si possa giustificare Burtone con frasi del genere. Non credo che Burtone non fosse in grado di comprendere che dare un violento pugno ad una persona, così violento da farla volare a terra, possa recare un qualsivoglia bene.

Ma la frase più tragica è forse questa:

< L’ho visto nascere – dice dispiaciuta un’anziana signora del suo palazzo – spero non lo portino in carcere, è un ragazzino, non se lo merita >

E questa frase è terrificante per più motivi.

L’Italia è stracolma di anziani ed ultra cinquantenni che si sgolano nel sottolineare che oggi i ragazzi non conoscono il significato della parola rispetto; che non rispettano le regole, anzi che sono senza regole; che è colpa dei genitori che non hanno donato loro un’educazione, che bevono, si drogano, che si mettono alla guida in condizioni tali da mettere in serio pericolo la vita di tutti, e chi più ne ha più ne metta.

Mi chiedo come sia possibile un comportamento così schizzoide: da un lato ci si lamenta, dall’altro difendiamo comportamenti profondamente incivili.

Probabilmente per il principio secondo il quale le regole valgono per gli altri, che sono gli altri che non conosciamo a doverle rispettare; per le persone che ci vivono intorno e a cui siamo affezionati valgono tutte le eccezioni ed attenuanti possibili.

In più vorrei far notare come Burtone sia ben lontano dall’essere un ragazzino: è un giovane adulto, che può guidare, può bere alcolici, fare sesso, sposarsi e gode della piena capacità di agire.

Capisco che gli adulti tendono a vedere i giovani adulti come bambini e ragazzini, ma questo non fa di loro nè dei bambini nè dei ragazzini, e se la loro esigenza è sentirsi più giovani o far finta che il tempo non trascorra questo però non può minare il senso del rispetto delle regole, e soprattutto quella più basilare: non uccidere.

Sostenere che < non se lo merita > è la morte del principio di responsabilità. Quando queste persone hanno rilasciato le loro dichiarazioni avrebbero dovuto pensare che le loro parole avrebbero raggiunto tutta l’Italia. Non credo che userebbero la stessa clemenza se la vittima fosse una loro figlia, sorella, madre, moglie.

Forse questa società tanto ammalata di vecchiaia, in cui si diventa “grandi” oltre i 45 anni, dovrebbe iniziare ad essere meno ipocrita e meno paurosa della consunzione dei corpi e dello scorrere della vita, ed iniziare in generale a valutare le età  per quello che sono: che si tratti di responsabilità lavorative sia che si tratti di responsabilità penali.  E che parlare di ragazzini dopo la maggiore età è un danno per tutta la società e soprattutto: non riconsegna la giovinezza a nessuno.

Troppa violenza in tv? O troppa violenza in Italia?

Di Cecilia Alagna

Da quando la mamma di Sarah Scazzi ha appreso in diretta la notizia della morte di sua figlia, in Italia e soprattutto sui mezzi di comunicazione di è aperta l’annosa questione della eccessiva spettacolarizzazione del dramma e della violenza.

Sorvolando sull’evidente paradosso che viene messo in atto:  se ci si pensa bene nel momento in cui la televisione critica se stessa di dar troppa visibilità alla violenza in modi ritenuti inadeguati e per dar dimostrazione di ciò sciorina dettagliatamente i singoli episodi descritti nel minimo dettaglio in realtà non  fa che reiterare questa spettacolarizzazione e sfoggia più una sorta di vanesia autoreferenzialità piuttosto che una seria auto-critica.

Credo che  la domanda più importante in questi casi sia  non tanto se è il caso o meno di parlare della violenza, ma del modo in cui se ne parla.  Se alla notizia tragica si fanno seguire talk show in cui l’interesse è destato dal vivisezionamento di ciò che è accaduto è più sche scontato che la televione si trasforma in un parco divertimenti dei voyeristi del crimine. Ed è altrettanto probabile che innanzi a un tale gusto dell’orrido e del macabro qualcuno possa sentirsi legittimato a reiterare i fatti.

Perchè in realtà in tutti i programmi a partire dai telegiornali il vero protagonista è l’assassino. E’ lui che domina la scena e lentamente scala la vetta dell’olimpo fino ad assumere dimensioni quasi divine, per quanto si tratti di una divinità mostruosa.

Ora se invece di decostruire e ricostruire passo  per passo ogni singola sfaccettatura del crimine commesso, in realtà si aprisse una discussione più ampia sul rapporto che esiste fra l’essere umano e la violenza; se invece di rimestare nel sangue si discutesse con responsabilità di ciò che in realtà c’è dietro i singoli delitti, non solo non avverrebbe nessuna spettacolarizzazione ma si potrebbero persino educare le coscienza.

Facciamo degli esempi pratici:

Dall’inizio del 2010 sono morte all’incirca più di 100 donne, la cui unica colpa è stata quella di volersi separare, divorziare o semplicemente declinare le “gentili” ( talvolta ossessive) attenzioni di qualcuno. Se ad ogni singolo caso piuttosto che alla quantità di coltellare, sprangate o colpi di arma da fuoco si fosse affrontato il problema della violenza domestica, se si fosse messo in rilievo che il vero problema è costituito dall’incapacità intrinseca di questi uomini ad accettare le donne come esseri autonomi, indipendenti e pensanti si sarebbe reso un servizio alla comunità ben superiore di quello che si può immaginare.

Se invece di parlare con leggerezza e superficialità di stalking ci si fosse concrentrati sul fatto che in alcuni casi questi assassini erano stati già denunciati dalle loro vittime ma queste denunce erano cadute nel vuoto, forse si sarebbe potuta aprire una proficua discussione sui meccanismi di tutela delle vittime di stalking, magari avanzando delle modifiche alla legge già esistente, magari adottando provvedimenti come il braccialetto elettronico per gli stalker già adottato in altri paesi.

Se invece di parlare con spensieratezza di violenza domestica si fosse paralto seriamente dei dati della violenza contro le donne, delle atrocità che donne a qualunque titolo subiscono e se si fosse aperto un dibattito costruttivo che sfociasse in nuovi interventi da parte dello Stato in difesa delle donne.

Se invece di parlare di madri infanticide si fosse parlato con responsabilità di depressione post-partum, di come in realtà molte madri vengono di fatto lasciate sole dopo la nascita dei loro figli, di come spesso non hanno tempo per se stesse perchè non solo devono soggiacere a ritmi quasi anarchici ed in più continuare a fare in casa tutto ciò che facevano prima come se nulla fosse, di come non sono previsti aiuti nè economici su scala nazionale  nè sostegno psicologico, di come si potrebbero responsabilizzare i padri, di come molte donne alla normale stanchezza dovuta al periodo immediatamente successivo al parto spesso perdono il lavoro, o sono costrette a lasciarlo incrementando così la frustrazione e il disagio economico e psicologio, forse si sarebbero potute aiutare sempre più madri e con esse i bambini e la società intera.

Se invece di parlare di pedofilia concentrandosi sul carnefice si fosse paralto di quale è l’effettiva diffusione di questo rivoltante fenomeno, di come in realtà sono le famiglie il luogo principe per certi abominevoli crimini, di come fin troppo spesso le vittime non vengono credute, di come sia difficilissimo accertare un caso di pedofilia, di come sia difficilissimo presentare prove per inchiodare i pedofili, di come in realtà spesso e volentieri queste denunce vengono archiaviate con un rischio enorme per la società, si sarebbe potuto aprire un circolo virtuoso che tutelasse maggiormente le vittime di pedofilia.

Ecco, se tutto questo e molto altro fosse accaduto forse la televisione avrebbe svolto il suo ruolo non solo informativo ma anche educativo.

In realtà non c’è troppa violenza in televisione, c’è troppa violenza in Italia e l’unica soluzione che la televisione è in grado di dare è quella di ingigantirla, replicarla e fomentarla senza assolvere a quello che in verità è il suo ruolo: informare ed educare.

La storia di Sarah Scazzi: l’ipocrisia generale sulla violenza contro le donne

Di Cecilia Alagna

Sarah è morta, è morta a 16 anni. E’ stato lo zio, forse il movente è di tipo sessuale. La cosa non sorprende e non sorprenderà nessuno ovviamente. Perchè non sorprende? Perchè in realtà tutti, ma proprio tutti sanno quello che è il destino di molte donne, o forse sarebbe meglio dire che tutti sono consapevoli dei rischi che comporta essere una donna, non importa l’età.

Sarah Scazzi è morta. E se è vero che la responsabilità penale è personale, è altrettanto vero che risulta abominevole e raccapricciante il fatto che con un’ostentata naturalezza e sfacciato sussiego molti in queste ora stanno sfoggiando i loro presentimenti. L’abominio consiste nel fatto che, sebbene questa società sia perfettamente consapevole della violenza dilagante contro le donne ( soprattutto in famiglia), nessuno fa nulla. Molti diranno: < ma cosa si può fare? >. Questa generalmente è la domanda di chi o non ha il coraggio di trovare una soluzione o in realtà non è per nulla preoccupato per il dramma che si consuma giornalmente nelle case: donne picchiate, insultate, maltrattate, stuprate e uccise da mariti/compagni, ex fidanzati, padri, zii, nonni, amici di famiglia, corteggiatori ( che di cavalleresco hanno ben poco).

< Ma cosa si può fare> ; < Cosa possiamo fare? >

Questa domanda non è retorica, ma lo diventa quando l’unica reazione che si riesce ad avere è quella di stracciarsi le vesti e intonare compianti strazianti in favore della vittima, tessendone le lodi e l’innocenza. Si cercano gli aspetti più angelici della vittima cercando di farla apparire più  un’icona eterea e poco reale; un’immagine idealizzata e magari poco lontana dalla ciò che quella persona era in effetti.

Sarah, come tutte le donne vittime della violenza maschile ( qualsiasi sia la forma che assume), aveva dei difetti, che noi non conosciamo. Sarah era una ragazza come tante, normale a tutte le sue coetanee; aveva degli idoli che seguiva, amava la musica, cercava di diventare grande il più in fretta possibile ( come capita a quasi tutti a quell’età). Ma era una persona come tante.

Sarah era normale come tutte le vittime di violenza, magari parlava troppo o troppo poco, magari era simpatica, magari no; forse era generosa o forse no.

Il problema è che per esorcizzare socialmente la piaga della violenza sulle donne l’unico rimedio in atto è quello di mitizzare queste figure, quasi a renderle martiri dalle doti soprannaturali e duqnue in questo modo allontanarle dalla quotidianità. Se i personaggi di una storia vengono spogliati della loro umanità l’esorcismo è riuscito: infatti pian piano queste vittime e i loro carnefici abbandonano la vita, abbandonano la dimensione del qui ed ora e diventano una favola di cui si riesce a cogliere l’inizio:

< C’era una volta, in un paese lontanto lontano>.

Questa è una tecnica antica come il mondo, o quanto meno come la cultura europeo-mediterranea, la tragedia greca infatti mettendo in scena problemi reali in contesti immaginari esorcizzava la dinamina tragica della vita vera.

Sarah, come molte donne, diventerà un archetipo mitico che ha ben poco a che fare con la tangibilità del presente.

E fino a quando questa società produrrà miti, fino a quando rinchiuderà la violenza maschile all’interno di una dimensione lontana nello spazio e nel tempo allora non si potrà mai affrontare il problema, perchè la verità è che nessuno andrebbe in cerca della strega di Biancaneve.

Sarah è morta. E non è una favola.

Sakineh: per non dimenticare

Di Cecilia Alagna

Ora posso scrivere. Ora che molti sono tornati alle loro vite ed hanno smesso di condividere ossessivamente link sulla sua lapidazione, quasi fosse diventato uno sport. Una volta si pensava che la televisione ed internet avrebbero avvicinato le persone a realtà lontane, che avrebbero reso più tangibile e presente le crudeltà del mondo per farla uscire dallo stato di realtà favolistica.
Sembra invece che l’operazione abbia sortito l’effetto contrario. La realtà è diventata un grande videogioco, e i videogiochi, si sa, sono sempre più relistici. In una società in cui i ragazzini/adolescenti praticano la morte ogni giorno attraverso il computer, indifferenti a schizzi di sangue e violenza, la vicenda di Sakineh in fondo non sorprende più di tanto. Si potrà passare per bacchettoni-moralisti, ma probabilmente a furia di rendere la morte un gioco per computer, anche quella vera sembra finta.
La morte, il tema della morte, ha perso la sua potenza.  Seneca diceva che l’uomo vive come se non dovesse mai morire, ed invitava alla riflessione sulla morte. Le relgioni hanno tolto significato alla morte, non a caso si dice nel Cristianesimo che Gesù ha vinto la morte. Allora, se la morte è solo un passaggio non potrà che perdere tutta la sua tragicità.
Se a questo si aggiunge una società in cui si viaggia ad una velocità tale che i momenti di riflessione personale sono oramai un miraggio, allora si comprenderà perchè tutti dimenticheranno Sakineh.
Sakineh non verrà lapidata ( per il momento). Tutti si sentono la coscenza a posto: hanno linkato su facebook, hanno aderito a campagne di protesta, hanno inviato mail, partcipato ai sondaggi; ecco è anche merito loro se Sakineh non è stata lapidata. Magari qualcuno ancora tossirà nei prossimi giorni qualche dichiarazione contro la pena di morte, contro la lapidazione e i diritti umani, ma nell’arco di due settimane probabilmente nessuno si ricorderà più di Sakineh.
Tutto risolto, tutto finito e per dirla con un’espressione quanto mai ipocrita: < tutto a posto >.
Ma in realtà nulla è a posto, molti hanno seguito la corrente, hanno condiviso perchè la società di internet lo chiedeva, lo ordinava. Era il link del giorno.
Ora che tutti stanno velocemente iniziando a dimenticare io proverò a raccontare la sua storia, una storia che internet mi ha narrato. Nella speranza che qualcuno continui a ricordare, nella speranza che qualcuno rifletta non tanto sulla lapidazione, ma sull’assurdità di questa storia. La lapidazione era solo la punta di un processo e di una serie di avvenimenti molto più gravi della pena stessa.
Sakineh è una donna di 43 anni, una madre come se ne possono incontrare a tutti I lati del globo, vittima di una società più maschilista delle altre ( ma anche quelle occidentali non si salvano).
Le accuse che pendono sul capo di Sakineh sono diverse:
indecenza
mancato decoro
adulterio
Sakineh è stata inizialmente accusata di avere “venduto” la propria immagine a una copertina del Times, sulla quale avrebbe mostrato il suo volto senza veli. Il fatto che lo stesso Times abbia ammesso un errore nella didascalia della foto, rappresentante invero un’altra donna, e le smentite della famiglia non sono bastate a risparmiarle l’atroce punizione di 99  frustate in pubblico sotto gli occhi di uno dei suoi figli.
L’accusa che l’ha quasi trascinata trascinare al patibolo è stata quella di adulterio tramutatasi solo in un secondo tempo in accusa di omicidio.
Sakineh avrebbe infatti avuto rapporti con due uomini e si sarebbe per questa ragione macchiata di adulterio, nonostante i fatti risalgano ai due anni successivi alla morte del marito.
Successivamente, un’indagine, svolta non si sa con quali mezzi, su uno dei due uomini in questione avrebbe portato alla co-imputazione di Sakineh per omicidio ai danni del defunto marito.
Tale colpa sarebbe stata confessata dalla stessa donna e registrata mediante un video, nonostante le proteste dell’ex-avvocato di Sakineh.
Questi ha riferito che tale confessione è stata estorta alla fine di due intensi  giorni di torture fisiche e psicologiche.
Grazie a questa vicenda non solo vengono alla luce I sistemi di tortura contro le donne per far confessare loro colpe che non hanno, non solo per sottolineare che secondo alcuni esseri umani se una donna tradisce merita la morte ( questo accomuna l’Iran al pensiero di alcuni europei)  ma anche il trattamento riservato a chi cerca di difenderle.
Mohammad Mosatafei è l’ex-avvocato di Sakineh. Nel corso della difesa dell’imputata, della denuncia di disumani metodi per la detenzione e l’interrogatorio, Mohammad si è visto arrestare il cognato e la moglie: il primo è stato rilasciato, della seconda, madre di una bambina di sette anni, non si sono avute per lungo tempo notizie certe.
Sulla testa di Mohammad è stata posta una sorta di taglia, che lo ha, prima costretto a latitare all’interno del proprio Paese, quindi a fuggire in Turchia, laddove è stato rintracciato dalle autorità turche e minacciato di espulsione nel Paese d’origine e quindi di una fine pressoché segnata.
Le accuse che pendono sulla testa dell’ex-avvocato di Sakineh sono:
cospirazione ai danni della sicurezza dello Stato
propaganda lesiva del sistema.
In seguito ad una sua prima detenzione nelle carceri iraniane, Mohammad ha denunciato metodi di detenzione contrari alle leggi della Repubblica islamica iraniana: arresto per un periodo superiore alle 48 ore senza possibilità di udienza, torture fisiche e psicologiche, pressioni al fine di ottenere una confessione, nessuna possibilità di vedere la famiglia né di contattare un avvocato.
In fine vorrei ricordare che fra luglio e settembre 2010 in Iran almeno altre tre donne sono morte per lapidazione con l’accusa di adulterio.
Purtroppo in questo caso non vale il principio : < salvarne una per salvarle tutte. >
P.S. Racconterò le storie di queste donne che non hanno goduto dello stesso impatto mediatico e dello stesso sostegno. Perchè Sakineh, come tutte le donne vittime dela violenza maschile ( di Stato e non di Stato), è una fra le tante.
Fonti:
http://www.dichiarazione-diritti-umani.org/tag/sakineh/
http://www.giornalettismo.com/archives/72846/iran-lapidazione/
http://stopthecensure.blogspot.com/2010/09/iran-lapidazioni-non-solo-sakineh.html

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