Troppa violenza in tv? O troppa violenza in Italia?
15/10/2010 Lascia un commento
Da quando la mamma di Sarah Scazzi ha appreso in diretta la notizia della morte di sua figlia, in Italia e soprattutto sui mezzi di comunicazione di è aperta l’annosa questione della eccessiva spettacolarizzazione del dramma e della violenza.
Sorvolando sull’evidente paradosso che viene messo in atto: se ci si pensa bene nel momento in cui la televisione critica se stessa di dar troppa visibilità alla violenza in modi ritenuti inadeguati e per dar dimostrazione di ciò sciorina dettagliatamente i singoli episodi descritti nel minimo dettaglio in realtà non fa che reiterare questa spettacolarizzazione e sfoggia più una sorta di vanesia autoreferenzialità piuttosto che una seria auto-critica.
Credo che la domanda più importante in questi casi sia non tanto se è il caso o meno di parlare della violenza, ma del modo in cui se ne parla. Se alla notizia tragica si fanno seguire talk show in cui l’interesse è destato dal vivisezionamento di ciò che è accaduto è più sche scontato che la televione si trasforma in un parco divertimenti dei voyeristi del crimine. Ed è altrettanto probabile che innanzi a un tale gusto dell’orrido e del macabro qualcuno possa sentirsi legittimato a reiterare i fatti.
Perchè in realtà in tutti i programmi a partire dai telegiornali il vero protagonista è l’assassino. E’ lui che domina la scena e lentamente scala la vetta dell’olimpo fino ad assumere dimensioni quasi divine, per quanto si tratti di una divinità mostruosa.
Ora se invece di decostruire e ricostruire passo per passo ogni singola sfaccettatura del crimine commesso, in realtà si aprisse una discussione più ampia sul rapporto che esiste fra l’essere umano e la violenza; se invece di rimestare nel sangue si discutesse con responsabilità di ciò che in realtà c’è dietro i singoli delitti, non solo non avverrebbe nessuna spettacolarizzazione ma si potrebbero persino educare le coscienza.
Facciamo degli esempi pratici:
Dall’inizio del 2010 sono morte all’incirca più di 100 donne, la cui unica colpa è stata quella di volersi separare, divorziare o semplicemente declinare le “gentili” ( talvolta ossessive) attenzioni di qualcuno. Se ad ogni singolo caso piuttosto che alla quantità di coltellare, sprangate o colpi di arma da fuoco si fosse affrontato il problema della violenza domestica, se si fosse messo in rilievo che il vero problema è costituito dall’incapacità intrinseca di questi uomini ad accettare le donne come esseri autonomi, indipendenti e pensanti si sarebbe reso un servizio alla comunità ben superiore di quello che si può immaginare.
Se invece di parlare con leggerezza e superficialità di stalking ci si fosse concrentrati sul fatto che in alcuni casi questi assassini erano stati già denunciati dalle loro vittime ma queste denunce erano cadute nel vuoto, forse si sarebbe potuta aprire una proficua discussione sui meccanismi di tutela delle vittime di stalking, magari avanzando delle modifiche alla legge già esistente, magari adottando provvedimenti come il braccialetto elettronico per gli stalker già adottato in altri paesi.
Se invece di parlare con spensieratezza di violenza domestica si fosse paralto seriamente dei dati della violenza contro le donne, delle atrocità che donne a qualunque titolo subiscono e se si fosse aperto un dibattito costruttivo che sfociasse in nuovi interventi da parte dello Stato in difesa delle donne.
Se invece di parlare di madri infanticide si fosse parlato con responsabilità di depressione post-partum, di come in realtà molte madri vengono di fatto lasciate sole dopo la nascita dei loro figli, di come spesso non hanno tempo per se stesse perchè non solo devono soggiacere a ritmi quasi anarchici ed in più continuare a fare in casa tutto ciò che facevano prima come se nulla fosse, di come non sono previsti aiuti nè economici su scala nazionale nè sostegno psicologico, di come si potrebbero responsabilizzare i padri, di come molte donne alla normale stanchezza dovuta al periodo immediatamente successivo al parto spesso perdono il lavoro, o sono costrette a lasciarlo incrementando così la frustrazione e il disagio economico e psicologio, forse si sarebbero potute aiutare sempre più madri e con esse i bambini e la società intera.
Se invece di parlare di pedofilia concentrandosi sul carnefice si fosse paralto di quale è l’effettiva diffusione di questo rivoltante fenomeno, di come in realtà sono le famiglie il luogo principe per certi abominevoli crimini, di come fin troppo spesso le vittime non vengono credute, di come sia difficilissimo accertare un caso di pedofilia, di come sia difficilissimo presentare prove per inchiodare i pedofili, di come in realtà spesso e volentieri queste denunce vengono archiaviate con un rischio enorme per la società, si sarebbe potuto aprire un circolo virtuoso che tutelasse maggiormente le vittime di pedofilia.
Ecco, se tutto questo e molto altro fosse accaduto forse la televisione avrebbe svolto il suo ruolo non solo informativo ma anche educativo.
In realtà non c’è troppa violenza in televisione, c’è troppa violenza in Italia e l’unica soluzione che la televisione è in grado di dare è quella di ingigantirla, replicarla e fomentarla senza assolvere a quello che in verità è il suo ruolo: informare ed educare.









